Perché le discese ti distruggono: la scienza del danno muscolare eccentrico negli ultra trail

Two hikers in athletic gear descend a rocky mountain trail with a valley and snow-capped peaks in the distance.

La prima volta che ho corso un ultra trail con 6000 metri di dislivello, arrivai a un ristoro al km 70 con la sensazione che qualcuno mi avesse preso a martellate sui quadricipiti. Non ero senza fiato — il cuore pompava ancora bene. Erano le gambe a non rispondere. Ogni passo in discesa diventava un atto di fede, ogni appoggio una scommessa.

C’è voluto tempo per capire che quella sensazione non era semplice fatica. Era danno muscolare indotto dall’esercizio — e non stava succedendo in salita. Stava succedendo in discesa.

Con l’estate che porta gare alpine di grandissimo dislivello — Lavaredo, Cervino, Gran Trail Courmayeur, Verbier, Gran Sasso — questo tema è più attuale che mai. Perché in un ultra trail la salita ti toglie il fiato, ma è la discesa che ti toglie le gambe. E la scienza lo sa da decenni.

Il nemico nascosto: la contrazione eccentrica

Quando corri in piano o sali, il muscolo si accorcia mentre genera forza: è una contrazione concentrica. Quando scendi — specialmente su pendenze forti — il quadricipite deve allungarsi mentre frena il peso del tuo corpo a ogni appoggio. Questa è la contrazione eccentrica, ed è quella che distrugge i sarcomeri.

Uno studio classico di Lieber e Fridén (1993) ha chiarito un punto fondamentale: il danno muscolare non dipende dalla forza assoluta che produci, ma dallo strain attivo — cioè da quanto il muscolo viene stirato mentre è contratto. In discesa, a ogni passo stiri i quadricipiti sotto carico, e alcuni sarcomeri — quelli più deboli — non reggono e si rompono.

È il fenomeno della «sarcomere strain theory», studiato in profondità da McHugh e colleghi (1999). In pratica: un muscolo più rigido (con maggiore stiffness passiva) oppone più resistenza all’allungamento, concentrando lo stress sui sarcomeri più vulnerabili. Il risultato è un danno maggiore, con fuoriuscita di creatina chinasi nel sangue, perdita di forza e infiammazione locale — il DOMS che conosciamo tutti.

Non è la salita a produrre questo. È la discesa.

I crampi non vengono dal sale: vengono dal danno muscolare

È uno dei falsi miti più duri a morire. «Mi sono venuti i crampi perché ho perso sali minerali.» No. O almeno, non nella corsa di endurance.

Martínez-Navarro e colleghi (2021) hanno studiato i crampi muscolari associati all’esercizio (EAMC) in un gruppo di ultra-runner, e hanno trovato qualcosa di definitivo: non c’è alcuna correlazione tra crampi e stato di idratazione, né tra crampi e livelli di sodio nel sangue. Zero.

Quello che invece correla fortemente con i crampi è il danno muscolare post-gara. Chi ha avuto crampi aveva marker di danno muscolare significativamente più alti. E — qui viene il dato pratico — l’87,5% di chi non ha avuto crampi faceva allenamento della forza regolarmente, contro solo il 55,6% di chi invece li ha avuti.

Il messaggio è chiaro: il crampo nell’ultra trail non è un problema di idratazione. È un problema di tolleranza strutturale del muscolo al danno eccentrico. E la soluzione passa dalla forza, non dal sale.

La buona notizia: il muscolo impara a proteggersi

Il corpo ha un meccanismo straordinario di adattamento chiamato Repeated Bout Effect: dopo una prima esposizione al danno eccentrico, il muscolo sviluppa protezioni strutturali che riducono i danni nelle esposizioni successive. In pratica, se esponi gradualmente i quadricipiti al lavoro eccentrico, diventano più resilienti.

Un’altra evidenza importante arriva dallo studio sul Tor des Géants® (Jonas et al., 2013): paradossalmente, dopo 330 km con 24000 m D+, il danno neuromuscolare era minore rispetto a gare più brevi di 166 km. Come è possibile? Perché su distanze estreme gli atleti adottano un pacing conservativo — in pratica camminano molto, dosano lo sforzo — e questo limita la componente eccentrica ad alta intensità. Il pacing conta, eccome.

E dopo la gara? Uno studio di Martínez-Navarro (2021) sul recupero post-maratona ha mostrato che riprendere a correre leggero dopo 48 ore dalla gara non ostacola il recupero del danno muscolare. Anzi: accelera il ripristino della performance neuromuscolare rispetto al riposo passivo. L’iperemia locale portata dalla corsa blanda aiuta a ripulire i detriti cellulari: stare completamente fermi non è sempre la scelta migliore.

Take-home per il tuo prossimo ultra trail

  1. Allena la forza degli arti inferiori con enfasi eccentrica. Squat, affondi, discese controllate. Non è opzionale — è la principale strategia preventiva contro i crampi in gara e la distruzione muscolare in discesa.
  2. Esponi gradualmente i quadricipiti al lavoro eccentrico specifico. Inserisci discese lunghe nei tuoi lunghi trail. Il Repeated Bout Effect non si attiva con la teoria — servono stimoli reali, progressivi.
  3. Non forzare l’idratazione oltre lo stimolo della sete per «prevenire i crampi». Non serve e può essere controproducente (iponatremia). I crampi vengono dal danno muscolare, non dal sale.
  4. Adotta un pacing conservativo nelle prime fasi. Lo studio sul TdG lo conferma: su distanze estreme, la protezione muscolare passa anche dal non forzare le discese nei primi due terzi di gara. Cammina dove serve. Le gambe ringrazieranno al km 80.

Riferimenti

  • Lieber RL, Fridén J. Muscle damage is not a function of muscle force but active muscle strain. J Appl Physiol. 1993.
  • McHugh MP et al. The role of passive muscle stiffness in symptoms of exercise-induced muscle damage. Am J Sports Med. 1999.
  • Martínez-Navarro I et al. Muscle Cramping in Ultra-Trail: Dehydration and Electrolyte Depletion versus Muscle Damage. 2021/2026.
  • Jonas S et al. Alterazioni della funzione neuromuscolare dopo l’ultra-maratona in montagna più impegnativa del mondo. 2013.
  • Martínez-Navarro I et al. The week after running a marathon: Effects of running vs elliptical training vs resting on neuromuscular performance and muscle damage recovery. 2021.

Manuel Cavalieri è TrainingPeaks Accredited Coach

Questo è un articolo della Sport Academy

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Buddha Bowl Estiva: la ricetta vegana per il recupero post-trail

Colorful plant-based bowl with tofu cubes, grains, greens, and assorted vegetables on a rustic wooden table.

Buddha Bowl Estiva con Farro, Tempeh al Sesamo e Verdure Anti-infiammatorie

Il recupero post-allenamento non è solo ghiaccio e compressione. Il pasto che consumi nelle ore successive al lungo trail è uno stimolo metabolico potente quanto la seduta stessa. Questa Buddha Bowl unisce carboidrati complessi a lento rilascio, proteine vegetali complete e ingredienti anti-infiammatori naturali — tutto in 35 minuti di preparazione.

Perché questa combinazione funziona

La triade farro + tempeh + ceci non è casuale. Il farro fornisce carboidrati complessi (~65% delle calorie totali) che ricostituiscono il glicogeno muscolare con rilascio prolungato, evitando i picchi glicemici del riso bianco o della pasta raffinata. Il tempeh, soia fermentata, offre proteine ad alta biodisponibilità con tutti gli amminoacidi essenziali. I ceci completano il profilo amminoacidico portando la leucina per porzione sopra i 2.5 grammi — la soglia minima per attivare la via mTOR e stimolare la sintesi proteica muscolare (MPS) post-esercizio.

Curcuma e pepe nero: la coppia anti-infiammatoria

La curcumina, il principio attivo della curcuma, ha proprietà anti-infiammatorie ampiamente documentate nella letteratura sportiva. Ma da sola ha una biodisponibilità quasi nulla. Il pepe nero, grazie alla piperina, ne aumenta l’assorbimento del 2000% (Jäger et al., 2019, ISSN position stand on nutritional supplements). In pratica: curcuma senza pepe nero è sprecata.

Grassi giusti per modulare l’infiammazione

I semi di canapa decorticati aggiungono circa 2 grammi di omega-3 ALA (acido alfa-linolenico) per porzione. Dopo un ultra trail, il corpo è in uno stato infiammatorio sistemico: gli omega-3 aiutano a modulare questa risposta senza bloccarla del tutto (perché l’infiammazione acuta è parte del segnale adattativo). Il tahini completa il profilo lipidico con grassi monoinsaturi e una texture cremosa senza latticini.

Ricetta Completa

⏱️ 35 min | 🍽️ 2 porzioni | 🌱 100% Vegan

Ingredienti

  • 200g farro perlato
  • 150g tempeh
  • 2 cucchiai tahini
  • 1 cucchiaio tamari (salsa di soia fermentata)
  • 1 zucchina media
  • 1 peperone rosso
  • 100g pomodorini datterini
  • 80g ceci cotti
  • 2 cucchiai semi di canapa decorticati
  • 1 cucchiaio olio extravergine d’oliva
  • 1 cucchiaino curcuma in polvere
  • Succo di ½ limone
  • Pepe nero q.b.
  • Basilico fresco q.b.

Preparazione

  1. Cuoci il farro in acqua bollente leggermente salata per circa 20 minuti. Scola e lascia intiepidire.
  2. Taglia il tempeh a cubetti di circa 2 cm. In una padella antiaderente, scalda metà dell’olio e salta il tempeh con il tamari per 5-6 minuti fino a doratura. Aggiungi i semi di canapa negli ultimi 2 minuti.
  3. Taglia la zucchina a rondelle e il peperone a strisce. Saltali con la curcuma e pepe nero per 4-5 minuti: devono restare croccanti.
  4. Prepara il dressing: mescola il tahini con il succo di limone, 2 cucchiai di acqua tiepida e un pizzico di pepe nero fino a crema liscia.
  5. Componi la bowl: base di farro, sopra tempeh, verdure saltate, pomodorini tagliati a metà, ceci. Completa con il dressing al tahini e basilico fresco.

Valori Nutrizionali (per porzione)

  • Calorie: ~680 kcal
  • Proteine: 34g (20%)
  • Carboidrati: 78g (65%)
  • Grassi: 24g (15%)
  • Fibre: 12g
  • Leucina: ~2.5g

Perché funziona per l’Ultra Trail

Il timing nutrizionale post-allenamento è cruciale per l’atleta di endurance. Questa bowl fornisce CHO complessi che ricostituiscono il glicogeno, proteine che attivano MPS, e composti bioattivi (curcumina, omega-3) che modulano l’infiammazione senza sopprimerla. Il tutto con ingredienti integrali, nessun integratore processato, e una densità nutrizionale elevata che supporta anche il microbiota intestinale — fattore sempre più riconosciuto come determinante nella performance ultra.

Overtraining e Overreaching: riconoscere i segnali prima che sia tardi

Hiker in a beanie and olive jacket stands on a rocky mountain trail above a cloud-filled valley at dawn, with a backpack on trail side.

Overtraining e Overreaching: riconoscere i segnali prima che sia tardi

L’overreaching è programmabile, l’overtraining no. Nel modello Fitness-Fatigue la prestazione è il saldo netto tra due curve: la fitness cresce lentamente, la fatigue rapidamente. Un blocco di carico spinge la fatigue in alto — è overreaching funzionale, voluto, pianificato. Lo scarico successivo la riporta giù e lascia emergere la fitness guadagnata. È il meccanismo base della periodizzazione.

Il problema inizia quando la fatigue non scende. Non per una settimana, ma per due, tre, quattro. Quando il recupero programmato non basta più a riportare l’atleta in equilibrio, si entra nel territorio dell’overtraining non funzionale.

I segnali fisiologici precoci

L’overtraining non si annuncia con eventi spettacolari. I segnali sono discreti, quasi banali:

  • HRV soppressa per più misurazioni consecutive. Non un giorno isolato: una tendenza che persiste anche dopo il riposo.
  • RPE elevato a parità di carico esterno. La stessa seduta che due settimane fa era percepita come moderata, ora sembra dura. Non è pigrizia: è il sistema nervoso che segnala fatica accumulata.
  • Frequenza cardiaca che non risponde come dovrebbe agli stimoli. Il cuore fatica a salire, oppure resta troppo alto a riposo.
  • Sonno frammentato senza motivo apparente: risvegli notturni, difficoltà di addormentamento, sensazione di sonno non ristoratore.

I segnali psicologici

Poi arrivano i segnali che l’atleta spesso non dice — o non riconosce: calo della motivazione, irritabilità, difficoltà di concentrazione. L’atleta completa le sedute ma lo fa per forza di volontà, non per spinta fisiologica. Il piacere di allenarsi si spegne gradualmente, sostituito da un senso di obbligo.

L’errore più comune

Interpretare questi segnali come un calo di condizione e rispondere con più carico. È l’esatto opposto di ciò che serve. Aumentare lo stimolo su un atleta già in sovraccarico accelera il deterioramento e allunga i tempi di recupero. Il danno non è solo fisiologico ma anche psicologico: l’atleta perde fiducia nel processo, nella programmazione, nel coach.

La regola operativa

Distinguere acuto da cronico. Un segnale isolato si indaga e si monitora — può essere un episodio passeggero. Due o più segnali persistenti per più sedute consecutive: lo stimolo va ridotto, non spostato né sostituito. Il focus del periodo di allenamento si protegge abbassando il carico, non cambiando direzione.

L’overtraining non si cura con l’allenamento. Si previene con l’ascolto — dei dati, del corpo, del dialogo tra atleta e coach.

Fatica cronica e fatica acuta: come distinguerle per non sbagliare allenamento

Runner in dark gear on a rocky mountain trail, surrounded by misty forest and looming peaks.

Non tutta la fatica è uguale

Ogni atleta conosce la sensazione: gambe pesanti, FC che fatica a salire, voglia di fermarsi. Ma non tutta la fatica è uguale. Distinguere tra fatica acuta e fatica cronica è una delle competenze più sottovalutate nella gestione dell’allenamento, e sbagliare diagnosi può costare settimane di preparazione.

Fatica acuta: il meccanismo fisiologico

La fatica acuta è la normale conseguenza di uno stimolo allenante. Si inserisce nel modello fitness-fatigue: dopo un allenamento, la fatica sale rapidamente e decade nel giro di ore o giorni, mentre la fitness si accumula lentamente nel tempo. La prestazione reale è la differenza tra queste due curve.

I sintomi sono localizzati e prevedibili: pesantezza muscolare, FC elevata a parità di sforzo nei giorni successivi, RPE aumentato. Ma dopo 24-48 ore di recupero adeguato, l’atleta è pronto per lo stimolo successivo. È il principio della supercompensazione: l’organismo risponde al carico tornando a un livello superiore a quello di partenza.

Fatica cronica: quando il recupero non basta

La fatica cronica è un fenomeno diverso. Non risponde al recupero breve: nonostante uno o due giorni di riposo, i sintomi persistono. Non si manifesta solo a livello muscolare, ma coinvolge il sistema nervoso, il sonno e l’umore.

I segnali da monitorare:

  • FC a riposo elevata al mattino per più giorni consecutivi
  • HRV soppressa in modo persistente
  • RPE sproporzionato rispetto al carico esterno
  • Sonno che non recupera, frammentato o di qualità ridotta
  • Calo della motivazione senza una ragione apparente
  • Irritabilità che compare anche fuori dal contesto di allenamento

Quando questi sintomi persistono nonostante lo scarico, l’atleta è entrato in overreaching non funzionale. Se si continua a forzare, la progressione verso l’overtraining è rapida e il recupero può richiedere settimane o mesi.

Il modello Selye e la sindrome generale di adattamento

Hans Selye ha descritto la risposta dell’organismo allo stress in quattro fasi: allarme, resistenza, supercompensazione, esaurimento. La fatica acuta si colloca nelle prime tre fasi. La fatica cronica è l’ingresso nella quarta: il corpo non riesce più a compensare lo stress accumulato e la prestazione crolla.

Monitoraggio: leggere i trend, non i singoli dati

Il singolo valore di HRV o RPE non dice nulla. Ciò che conta è il trend su 4-7 giorni. Una HRV soppressa per una notte può essere rumore. Soppressa per cinque notti consecutive è un segnale. Lo stesso vale per RPE costantemente più alto a parità di carico, o per un sonno che peggiora progressivamente.

Questi dati vanno letti insieme, mai isolati. Un atleta può avere HRV bassa perché ha dormito poco, non perché è in overreaching. Il quadro completo — FC, HRV, RPE, sonno, umore — è l’unico strumento diagnostico affidabile fuori dal laboratorio.

La decisione operativa

Quando i segnali indicano fatica cronica, la scelta va fatta subito: ridurre il carico, allungare il recupero, ricalibrare la settimana. Non è una resa. È la differenza tra gestire un atleta e portarlo al collasso.

L’errore più comune è aspettare. Un giorno in più di riposo preso al momento giusto può prevenire due settimane di stop forzato. Ma per farlo serve onestà nel leggere i dati. Il corpo parla prima di rompersi. Il problema è che pochi ascoltano.

Recupero post allenamento: la strategia nutrizionale efficace

Strategia alimentare recupero

Quando termini un allenamento impegnativo o una gara, il recupero non è un concetto astratto né qualcosa che “succede da solo”. È una fase attiva, guidata da scelte precise. Quello che fai nelle ore immediatamente successive allo sforzo condiziona in modo diretto come ti sentirai nei giorni seguenti e quanto riuscirai ad allenarti bene.

Dopo uno sforzo prolungato il corpo è temporaneamente più efficiente nel ricostruire ciò che ha consumato. Ignorare questa finestra significa rallentare il recupero senza alcun vantaggio.

Durante un lungo, una gara o un allenamento di qualità, il consumo principale riguarda il glicogeno, cioè le scorte di carboidrati presenti nei muscoli e nel fegato. Più la durata e l’intensità sono elevate, più queste riserve si svuotano. Se non vengono ripristinate in tempi ragionevoli, l’organismo resta in deficit energetico, aumenta lo stress sistemico e l’allenamento successivo perde qualità.

Nelle prime due ore dopo la fine della corsa, i muscoli sono particolarmente sensibili all’assorbimento dei carboidrati. Questo non è un concetto teorico: è una risposta fisiologica ben documentata. In questa fase il corpo riesce a ricostituire il glicogeno più rapidamente rispetto a qualsiasi altro momento della giornata.

Qui entra il primo punto chiave della tua strategia di recupero: non rimandare l’assunzione di nutrienti.

Il secondo punto è altrettanto importante. L’assunzione di carboidrati funziona, ma l’associazione carboidrati + proteine funziona meglio. Le proteine stimolano una risposta insulinica più efficace e forniscono amminoacidi utili alla riparazione delle micro-lesioni muscolari indotte dall’allenamento. Non si tratta di “costruire muscolo”, ma di permettere al tessuto già esistente di recuperare in modo efficiente.

La routine che seguo e propongo ai miei atleti è molto semplice da mettere in pratica: dopo un allenamento che ha inciso sulle riserve energetiche, l’obiettivo è assumere circa 2 grammi di carboidrati per kg di peso corporeo nelle prime due ore, accompagnati da proteine in un rapporto approssimativo di 4:1.

Un esempio chiarisce meglio.

Un atleta di 70 kg avrà come riferimento:

  • circa 140 g di carboidrati
  • circa 35 g di proteine

Non vanno assunti tutti insieme. La distribuzione è parte della strategia.

Nei primi 30 minuti, l’ideale è coprire circa metà del fabbisogno, preferibilmente in forma liquida. Uno shake o uno smoothie permettono un’assimilazione rapida e non interferiscono con l’appetito del pasto successivo. In questa fase non serve “mangiare bene”, serve ripartire il prima possibile.

Nella ora e mezza successiva, completi il resto con un pasto solido. Carboidrati semplici o complessi, abbinati a una fonte proteica digeribile. Riso, pasta, patate, pane, frutta, uova, tofu, seitan, etc. Non esiste un pasto perfetto: esiste un pasto sufficiente, tempestivo e sostenibile.

Il senso di questa routine non è nutrizionale in senso astratto, ma pratico.

Questo approccio diventa ancora più rilevante negli sport di endurance e ultra endurance. Più lunga è la durata dello sforzo, maggiore è il costo metabolico e più alto è il prezzo di un recupero approssimativo.

La sequenza ideale è sempre la stessa:

  • termina l’allenamento
  • entro 30 minuti assumi carboidrati e proteine
  • entro 2 ore completi con un pasto solido
  • continui a idratarti nelle ore successive

Non è una regola da applicare a ogni corsa facile. È uno strumento da usare quando l’allenamento è impegnativo e con un costo metabolico elevato.

Strategia alimentare recupero

Allenarsi meglio non significa solo accumulare chilometri o intensità. Significa anche chiudere correttamente ogni seduta. Una corretta gestione dell’alimentazione del recupero non aggiunge stress, lo riduce. E nel lungo periodo, è questo che permette continuità, adattamento e prestazione.

Questo è un articolo della Sport Academy

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Proteine post allenamento nell’endurance: il segreto per il recupero muscolare ottimale!

L’assunzione di proteine post allenamento è fondamentale per la sintesi proteica muscolare nell’endurance. Combinate con carboidrati, ottimizzano il recupero muscolare e la prestazione sportiva.

Le proteine post allenamento sono un aspetto fondamentale per gli atleti di endurance, poiché aiutano a ripristinare e a ricostruire i muscoli danneggiati dall’esercizio fisico prolungato.

Prima di tutto, è importante comprendere l’effetto dell’allenamento sull’organismo. Gli atleti di endurance sottopongono il proprio corpo a uno stress fisico prolungato che può causare microlesioni muscolari. La riparazione di queste lesioni è essenziale per permettere al muscolo di crescere e di diventare più forte. Le proteine post allenamento sono essenziali per questo processo.

Gli sport di endurance, come il ciclismo, la corsa e il triathlon, richiedono una grande quantità di energia e sforzo fisico. Una corretta alimentazione è fondamentale per supportare le esigenze nutrizionali dell’atleta e per aiutare a ottimizzare la prestazione. In particolare, la scelta degli alimenti post-allenamento può avere un impatto significativo sulla capacità dell’atleta di recuperare e migliorare la propria prestazione.

La sintesi proteica muscolare è un processo chiave che si verifica nel corpo dopo l’allenamento e può durare fino a 48 ore.

La sintesi proteica muscolare è un’importante fonte di adattamento e di riparazione muscolare, che può contribuire a migliorare la prestazione sportiva. Gli studi hanno dimostrato che l’assunzione di proteine post allenamento può aumentare la sintesi proteica muscolare e migliorare il recupero muscolare e la prestazione sportiva.

Trommelen e van Loon (2019) hanno dimostrato che l’assunzione di proteine prima di dormire può aumentare la sintesi proteica muscolare durante la notte e migliorare l’adattamento muscolare. Da notare che da uno studio condotto da Hulston et al. (2011), si vede che l’assunzione di proteine durante l’esercizio non mostrato un aumento della sintesi proteica muscolare, e questo suggerisce che l’assunzione di proteine post allenamento può essere più importante per la sintesi proteica muscolare rispetto all’assunzione di proteine durante l’esercizio.

La quantità di proteine necessaria per aumentare la sintesi proteica muscolare dipende dall’intensità e dalla durata dell’allenamento, nonché dalla massa muscolare dell’atleta. Areta et al. (2013) hanno dimostrato che l’assunzione di proteine durante il recupero dopo l’allenamento può aumentare la sintesi proteica muscolare. In particolare, gli autori hanno osservato che l’assunzione di 20 grammi di proteine ogni tre ore ha portato ad un aumento significativo della sintesi proteica muscolare, rispetto all’assunzione di proteine in un unico pasto.

Inoltre, l’assunzione di proteine post allenamento può anche aiutare a ridurre il danno muscolare e a migliorare il recupero muscolare. Saunders et al. (2004) hanno dimostrato che l’assunzione di una bevanda contenente carboidrati e proteine dopo l’allenamento ha ridotto il danno muscolare e migliorato la prestazione sportiva in ciclisti.

Inoltre, è importante sottolineare che l’assunzione di proteine post allenamento dovrebbe essere combinata con carboidrati per massimizzare la sintesi proteica muscolare. Arentson-Lantz et al. (2014) hanno dimostrato che l’assunzione di proteine e carboidrati post allenamento ha portato ad un aumento maggiore della sintesi proteica muscolare rispetto all’assunzione di sole proteine o carboidrati.

In conclusione, l’assunzione di proteine post allenamento è fondamentale per ottimizzare la sintesi proteica muscolare, migliorare il recupero e la prestazione sportiva nell’endurance. La quantità di proteine necessaria dipende dall’intensità e dalla durata dell’allenamento, nonché dalla massa muscolare dell’atleta. Inoltre, la scelta delle fonti di proteine e la combinazione con carboidrati sono importanti per massimizzare i benefici della sintesi proteica muscolare post allenamento.

Riferimenti:

  • Trommelen, J., & van Loon, L. J. (2019). Pre-Sleep Protein Ingestion to Improve the Skeletal Muscle Adaptive Response to Exercise Training. Nutrients, 11(11), 2662.
  • Hulston, C. J., Wolsk, E., Grøndahl, T. S., Yfanti, C., van Hall, G., & Pedersen, B. K. (2011). Protein intake does not increase vastus lateralis muscle protein synthesis during cycling. Medicine and science in sports and exercise, 43(9), 1635-1642.
  • Areta, J. L., Burke, L. M., Ross, M. L., Camera, D. M., West, D. W., Broad, E. M., … & Phillips, S. M. (2013). Timing and distribution of protein ingestion during prolonged recovery from resistance exercise alters myofibrillar protein synthesis. The Journal of physiology, 591(9), 2319-2331.
  • Saunders, M. J., Luden, N. D., & Herrick, J. E. (2004). Consumption of an oral carbohydrate–protein gel improves cycling endurance and prevents postexercise muscle damage. Journal of strength and conditioning research, 18(4), 828-833.
  • Kanda, A., Nakayama, K., Fukasawa, T., Koga, J., & Kanegae, M. (2016). Post-exercise whey protein hydrolysate supplementation induces a greater increase in muscle protein synthesis than its constituent amino acid content. British journal of nutrition, 116(8), 1367-1373.
  • Arentson-Lantz, E., English, K. L., Paddon-Jones, D., Fry, C. S., & Urban, R. J. (2014). Feeding increases mTORC1 signaling but doesn’t alter protein synthesis in human skeletal muscle after resistance exercise. Journal of Applied Physiology, 116(11), 1394-1401.

Questo è un articolo della Sport Academy

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Alcune cose da sapere su affaticamento e recupero muscolare

Dopo una gara o un allenamento intenso è necessario prendersi cura del nostro organismo in modo corretto per ripristinare le condizioni di equilibrio fisiologico di base. Quanto più si è in grado di recuperare velocemente e tanto è maggiore la possibilità di allenasi, e di conseguenza, di ottenere prestazioni sempre più elevate.

In questo articolo vedremo le condizioni di affaticamento più comuni e le strategie per il recupero.

Esaurimento energetico

Il glicogeno è il principale elemento per la produzione di energia ed il primo ad andare incontro ad esaurimento, soprattutto se lo sforzo è particolarmente intenso e prolungato.

Questo avviene perché rispetto ai grassi è molto efficiente: reagisce molto velocemente non ha nemmeno bisogno dell’ossigeno. 

L’esaurimento del glicogeno induce un sostanziale degrado delle prestazioni perché priva i muscoli del carburante necessario alla resintesi dell’ATP, e quindi alla contrazione muscolare, durante gli sforzi di intensità elevata.  

Gli effetti conseguenti all’esaurimento del glicogeno sono:

  • pesantezza muscolare
  • disagio respiratorio
  • perdita di concentrazione
  • il catabolismo delle proteine aumenta da quattro a dodici volte
  • si ha una forte riduzione della prestazione

Per questo diventa necessario il reintegro delle scorte di glicogeno dopo l’allenamento, sia per per agevolare il recupero muscolare sia per reintegrare il combustibile che ci servirà per il successivo allenamento.

Inoltre, l’apporto di carboidrati nel post allenamento migliora i processi di sintesi proteica e quindi di recupero muscolare.

Il reintegro generalmente viene fatto con carboidrati ad alto indice glicemico, come succhi di frutta, frutta, riso, pasta, patate, pane.

Cos’è il glicogeno
Il glicogeno è la forma in cui i carboidrati vengono stoccati nei muscoli e nel fegato, dopo essere stati trasformati in glucosio dall’intestino. Le cellule muscolari successivamente ritrasformano il glicogeno in glucosio per la produzione di energia. 
Quando esauriamo il glicogeno muscolare (il 70% del totale), viene rilasciato il glicogeno stoccato nel fegato (il 30%) sotto forma di glucosio, che tramite il sangue e l’insulina arriva ai muscoli per la produzione di nuova energia. 

Accumulo di acido lattico

A fronte di un lavoro muscolare ad elevata intensità si ha la formazione di acido lattico come sottoprodotto della produzione di energia. All’interno della cellula l’acido lattico viene trasformato in lattato e viene messo in circolo “inondando” le fibre muscolari. 

Sotto una certa intensità il lattato può essere ossidato per produrre ulteriore energia (ciclo di krebs) mentre un’altra frazione viene recuperata per essere ritrasformata in glucosio o glicogeno nel fegato (ciclo di Cori).

I muscoli non tollerano per molto tempo la presenza di questa sostanza e con l’aumentare della concentrazione si ha un sensibile peggioramento delle prestazioni riscontrabili in:

  • elevata pesantezza muscolare
  • forte disagio respiratorio
  • scadimento della capacità di concentrazione
  • peggioramento dell’azione di corsa

Questo tipo di fatica di solito si avverte nelle ripetute brevi e molto veloci, ma è una sensazione ben conosciuta anche dagli ultra trailer durante, ad esempio, affrontando salite ripide a ritmo piuttosto spinto o allunghi veloci in salita.

Lo smaltimento del lattato avviene attraverso i meccanismi aerobici, quindi è consigliabile mantenersi in movimento per agevolare il recupero (recupero attivo, a ritmo lento) piuttosto che fare una pausa “da fermi”. 

Il tempo di smaltimento del lattato viene chiamato come tempo di dimezzamento. Se il tempo di dimezzamento è 12 minuti e la sua concentrazione nel picco massimo (mediamente 5 minuti dalla fine dello sforzo) è di 20 mmol/L, dopo 12 minuti dal picco massimo sarà di 10 mmol/L, dopo altri 12 minuti sarà di 5 mmol/l , dopo altri 12 minuti sarà di 2,5mmol/l e quindi dopo 72 minuti dal picco massimo avremo 1,25mmol. Dopo un’ora e trenta il saremo sicuramente tornato a livelli di base (1mmol/l),.
Riguardo al tempo di dimezzamento, occorre notare che esso varia da atleta ad atleta e diminuisce in soggetti alllenati. 

La resistenza al lattato ed il tempo di dimezzamento sono parametri che si possono migliorare tramite l’allenamento. Le ripetute medie tra i 1500 ed i 3000 metri con recupero attivo, sono le più indicate per migliorare la tolleranza a questa sostanza.

Si stima che durante una maratona, circa la metà dell’energia di contrazione del cuore derivi dal meccanismo d ossidazione del lattato, mentre in condizioni di riposo questa percentuale non supera il 10%.

Distruzione delle fibre muscolari

L’impatto con il terreno provoca affaticamento dovuto a piccoli traumi che si verificano ai danni delle fibre muscolari e delle articolazioni. Quanto più lunga è la distanza percorsa e tanto maggiore sarà il danno e quindi l’affaticamento. 

E’ la fatica tipica del trail runner, ed in particolare di chi si cimenta nelle ultra. Per questo è necessario avvicinarsi all’endurance in modo progressivo, facendo propri gli adattamenti muscolari specifici che questa disciplina richiede.

I gruppi muscolari maggiormente coinvolti da questo tipo di affaticamento sono i quadricipiti, in particolare nella corsa in discesa dove l’impatto con il terreno determina una contrazione eccentrica (stiramento) che si oppone a quella concentrica (accorciamento) causando micro lesioni muscolari. 

L’indolenzimento può essere anche provocato da un’altra forma di distruzione muscolare dovuta all’esaurimento delle scorte di glicogeno. In questo caso, l’organismo per continuare a sostenere lo sforzo, utilizza gli acidi grassi che però hanno sempre bisogno del glucosio per essere “bruciati” e quando questo non è più disponibile nelle scorte, viene risintetizzato a partire dagli amminoacidi che compongono la struttura dei muscoli.

Rabdomiolisi
Con il termine rabdomiolisi si indica un danno grave del muscolo scheletrico, con conseguente rilascio nel torrente sanguigno di numerosi composti, come mioglobina, ma anche creatina, calcio, potassio ed acido urico. La mioglobina è molto tossica per i reni, perché accumulandosi nei nefroni può essere causa di una possibile insufficienza renale (per questo diventa importantissima l’idratazione che, tra le altre caratteristiche, permette di diluire le sostanze tossiche).
La rabdomiolisi è caratterizzata da sintomi ben precisi; tra questi un affaticamento generale e una colorazione rosso-brunastra delle urine, dovuta al riversamento del pigmento mioglobina nel sangue.
Come detto in precedenza, la mioglobina è nefrotossica perché, se presente nel sangue, tende ad accumularsi nei reni, causando seri problemi a questi organi. Quando il livello di mioglobina supera il grammo/litro, le urine assumono un colore molto scuro.

Per recuperare da questo tipo di affaticamento è necessario ripristinare innanzitutto le scorte di glicogeno ed integrare con amminoacidi essenziali oppure assumere proteine di buona qualità, in polvere o tramite l’alimentazione.  

Le proteine si occupano di ricostruire la parte muscolare che è stata “consumata” con lo sforzo. Se l’apporto proteico della dieta è adeguato in genere non c’è nessuna difficoltà a recuperare entro l’allenamento successivo.

Differente è il ruolo giocato dai microtraumi; nei casi più gravi (quelli di prestazioni molto intense come durata o come sforzo, per esempio una maratona o un trail) il recupero piò richiedere alcuni giorni di stop, dove per “stop” non si intende riposo assoluto ma una attività fisica a basso impatto per agevolare i processi fisiologici di guarigione.

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